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Gli Etruschi

Verso l'VIII secolo a.C. appaiono le prime testimonianze della presenza, in tutto il territorio dell'italia  Centrale, di un popolo misterioso e straordinario: gli Etruschi. Da essi la nostra Patria prese il nome di Etruria, Tuscia (per i Romani) e, successivamente, Toscana.

La loro provenienza è ancora un mistero per gli storici in quanto non sono arrivati integri fino a noi, testi letterari in lingua ma un nutrito corpus di oltre 13 mila iscrizioni che presenta un problema di comprensione. Alcuni storici ipotizzano che gli Etruschi possano essere originari della Lidia, in Asia Minore; altri invece li ritengono popolazioni autoctone che hanno subito influenze esterne. Non è un mistero che all'interno delle più antiche tombe etrusche siano state rinvenute suppellettili, armi e oggetti di fattura sarda. È archeologicamente provato che questo popolo, più avanzato di quello etrusco, abbia colonizzato le coste della Toscana e creato importanti insediamenti nel I millennio a.C., spingendosi fino in Campania. Attorno al VI secolo a.C., gli Etruschi raggiunsero il culmine della loro potenza, con insediamenti che andavano dalla Pianura Padana alla Campania; costruirono strade, tra le quali si sono ben conservate le Vie Cave (tra Sovana, Pitigliano e Sorano), bonificarono paludi ed edificarono grandi città tra la Toscana e il Lazio, come Arezzo, Chiusi, Volterra, Populonia, Vetulonia, Roselle, Vulci, Tarquinia, Veio e Volsinii.

Il livello di civiltà raggiunto dagli Etruschi è testimoniato dagli eccezionali reperti archeologici, sparsi in un territorio vastissimo e ritrovati nelle tombe - di ogni tipo e dimensione - delle necropoli, straordinarie ed incredibili città dei morti. Inoltre si osservano interessantissime similitudini - inconsuete per il Mediterraneo del tempo - tra i diritti degli uomini e quelli delle donne; interessante per esempio che la moglie potesse godere dell'eredità del marito o che potesse partecipare ai banchetti sullo stesso letto del suo uomo, o assistere agli spettacoli accompagnandosi al marito. La cosa era talmente diversa dall'usuale che per i Romani il termine etrusca poteva facilmente essere usato anche come un sinonimo di prostituta.

Oltre agli Etruschi, la Toscana fu anche abitata nel nord della regione da tribù Liguri (Apuani, Magelli, Casuentini, Friniati, Ilvati) che non hanno lasciato iscrizioni e solo poche tracce archeologiche. Si ritiene che la Toscana, prima dell'arrivo degli Etruschi, fosse abitata dagli Umbri, antica popolazione di origine indoeuropea. Gli Etruschi sconfissero gli Umbri e ne conquistarono 300 città, come ricorda Plinio il Vecchio, costringendoli a spostarsi oltre la riva orientale del Tevere.

I Romani

Nel III secolo a.C. gli Etruschi furono sconfitti dagli eserciti di Roma e, dopo un primo periodo di prosperità, dovuto allo sviluppo dell'artigianato, dell'estrazione e della lavorazione del ferro, dei commerci, tutta la regione decadde economicamente, culturalmente e socialmente. Nel 180 a.C. i Romani, per disporre della Liguria nella loro conquista della Gallia, dovettero deportare 47.000 Liguri Apuani, irriducibili ribelli, confinandoli nell'area sannitica compresa tra Benevento e Campobasso. Anche la Toscana venne così conquistata dai Romani, che si insediarono presso le preesistenti località etrusche, oltre a fondare nuove città come Florentia e Cosa, attualmente una delle meglio conservate con le mura, il foro, l'acropoli e il capitolium, sorto originariamente come Tempio di Giove, oltre ad avere una propria monetazione.

I Longobardi

Dopo la caduta dell'Impero Romano la Toscana venne enormemente spopolata e passò attraverso la dominazione ostrogota e bizantina, prima di divenire oggetto di conquista da parte dei Longobardi  che la eressero a ducato con sede a Lucca.

La conquista dei Longobardi è un momento assai importante per la nostra storia. I Longobardi, lasceranno infatti sulla nostra terra una traccia molto importante sia per la creazione del primo Ducato Toscano che in termini di "bagaglio genetico". Quella dei Longobardi, contrariamente ad altre invasioni, non fu infatti soltanto l'arrivo di un esercito di occupazione ma fu l'arrivo di un intero popolo che, spinto ad valicare le Alpi dalla pressione di altre e più numerose popolazioni germaniche, cercò uno spazio dove poter vivere, procreare e  crescere.

Giunti in Pianura Padana, i Longobardi vi costituirono il loro Regno e da lì alcuni frange valicarono l'Appennino e si stanziarono in Toscana. Il loro comandante, Gummarith, nel 576 d.C.  è a Lucca dove, sfuggito al controllo regale , si pone con la sua "fara" a controllo della zona che va da Pisa a Luni, comprendente Lunigiana e Garfagnana fondando, di fatto, il primo Ducato longobardo a sud degli Appennini.

I Franchi

Con l'arrivo dei Franchi, chiamati dal Papa per "proteggere" i suoi possedimenti terreni dalle possibili mire Longobarde, e la sconfitta militare di quest'ultimi, la Toscana venne unita di diritto al Regno di Carlo Magno, sebbene, di fatto, le cose dalle nostre parti cambiarono di poco in quanto il Re franco lasciò il comando nelle mani delle famiglie Longobarde che già lo esercitavano. Con i Franchi (siamo alla fine del 700 d.C.) inizia di fatto LA STORIA DELLA TOSCANA INDIPENDENTE CON I CONFINI ATTUALI. Infatti con la riforma voluta da Carlo Magno, le parti attualmente umbre ed alto laziali della Tuscia vennero cedute al Papa e la TOSCANA prese gli attuali confini. Il ducato divenne prima contea e successivamente marchesato di Lucca. Nell'XI secolo il Marchesato passò agli Attoni, grandi feudatari Canossiani, che possedevano anche Modena, Reggio Emilia e Mantova. A quella famiglia apparteneva la famosa Contessa Matilde di Canossa, nel cui castello avvenne l'incontro fra il papa Gregorio VII e l'imperatore di Germania, Enrico IV. Siamo nel periodo storico dell'incastellamento, legato a esigenze difensive e di comando territoriale, che determinò attraverso la logica feudale seguita anche da dislocazioni di abbazie e celle del clero, quegli insediamenti medievali sparsi che oggi distinguono gran parte della Toscana: merita qui ricordare i castelli e i conseguenti borghi fortificati di Monteriggioni, Brolio, Lucignano, Poppi, il Castello di Oliveto presso Castelfiorentino, Radicofani, Trequanda, Volterra, il Castello Malaspina di Massa, Fosdinovo, Gargonza, Vicopisano, Lari, Monsummano, Montevettolini, il Castello di Bibbione presso San Casciano in Val di Pesa, il Castello di Nipozzano, Bucine, Montalcino, Piancastagnaio, oltre ai numerosi castelli della provincia di Grosseto.

La repubblica marinara di Pisa

Nell'XI secolo Pisa divenne la città più potente e importante della Toscana, forte delle vittorie contro i Saraceni, tra cui la liberazione di Palermo e Reggio Calabria, e la conquista delle Baleari. Il dominio della Repubblica Marinara si estese su tutta la Toscana tirrenica, sulle isole dell'Arcipelago Toscano e sulle isole di Sardegna e Corsica. A sud è presente il dominio degli Aldobrandeschi, importante casata di origine longobarda, che controllava la parte meridionale delle attuali province di Livorno e Siena, oltre all'intera provincia di Grosseto fino all'Alto Lazio, entrando spesso in conflitto con il Papato, fino all'emergere della città di Siena, che più tardi entrerà in competizione con Firenze.

L'affermazione dei liberi Comuni

Attorno al XII secolo inizia il periodo dei Liberi Comuni e Lucca diventa il primo comune in Italia. Nascono le prime forme di democrazia partecipativa e le associazioni di arti e mestieri, che fecero della Toscana un irripetibile esempio di autonomia culturale, sociale ed economica. Nei primi decenni del XIII secolo, sorsero in Toscana anche i primi studium universitari, quello di Arezzo nel 1215, seguito pochi anni più tardi dallo studium senese (1240), ancora oggi attivo come università.

Umanesimo, Rinascimento e GRANDUCATO di TOSCANA

Prima con Dante Alighieri e con Giotto nel Trecento, poi nel Quattrocento con altri grandi artisti, la Toscana, ed in particolare Firenze, diedero un determinante contributo al Rinascimento. Divenuta entità politicamente autonoma a partire dal XII secolo la Toscana si frammentò anch'essa in una miriade di stati tra i quali la Repubblica di Firenze e la Repubblica di Siena erano le più importanti. In particolare la fioritura dei commerci a Firenze portò la città a divenire centro finanziario di importanza europea, con dinastie di banchieri quali i Bardi, i Peruzzi e i Medici stessi, che per tutto il periodo medievale prestavano soldi ai grandi sovrani nazionali europei per finanziare le loro guerre.

 L'unificazione Toscana sotto un'unica città iniziò con la politica espansionistica fiorentina già del XIV secolo, quando la repubblica iniziò a riunire i territori toscani in successione, frenata solamente dalla repubblica di Siena. Durante il XV secolo ci fu l'avvento al potere della famiglia Medici la quale, come le maggiori famiglie fiorentine, si era arricchita con le banche. Essa cominciò ad ottenere rilevanza politica dentro le istituzioni repubblicane a partire dalla metà del XV secolo, con Cosimo il Vecchio che, nonostante opposizioni di altre famiglie (che lo fecero imprigionare in Palazzo Vecchio), riuscì ad assicurarsi il quasi totale controllo degli organi repubblicani, consolidando il potere della famiglia al punto che alla sua morte le redini del potere passarono nelle mani del figlio Piero de' Medici. Questo periodo, compreso tra la morte di Cosimo e quella del nipote Lorenzo il Magnifico, è considerato il periodo di maggiore splendore artistico, culturale e politico della signoria fiorentina che, con la sapiente opera di Lorenzo, seppe diventare l'ago della bilancia nella frammentata e litigiosa Italia del XV secolo. A partire da Lorenzo, il potere mediceo si consolidò (a parte due interruzioni repubblicane dal 1498 al 1502 e dal 1512 al 1530) e Cosimo, discendente di un ramo cadetto della famiglia, ottenne il titolo prima di Duca di Toscana, poi nel 1569 il titolo di Granduca di Toscana. In questo momento tutta la Toscana era unificata ad eccezione dell'area di Piombino che costituiva un principato a sé stante, e l'area di Orbetello e Monte Argentario collocata nello Stato dei Presidii, era sotto la signoria fiorentina essendo caduta la repubblica di Siena nel 1555 nelle mani degli ispano-fiorentini che dal 1557 ne ebbero la sovranità. La famiglia Medici continuò a regnare sopra la Toscana ininterrottamente fino al 1737, sopravvivendo come famiglia stentatamente essendo divenuta cronica la mancanza di eredi maschi già a partire da Francesco I (1574-1587). L'ultimo granduca della famiglia fu Gian Gastone de' Medici che non ebbe eredi. L'ultima della famiglia Anna Maria Luisa, elettrice Palatina che si occupò del Granducato dalla morte del fratello, riuscì grazie alla sua lungimiranza a fare sì che l'immenso patrimonio artistico che era nei secoli divenuto patrimonio della famiglia non potesse essere portato via da Firenze nemmeno dai futuri regnanti che il Granducato avrebbe avuto.

I Lorena

Il Granducato di Toscana, alla morte di Gian Gastone e in seguito agli sconvolgimenti a livello europeo dovuti alla guerra di successione polacca, fu inserito in un gioco di equilibri tipicamente settecentesco, per cui il governo dello Stato passò alla famiglia dei Lorena, in particolare a Francesco Stefano di Lorena, già marito di Maria Teresa d'Asburgo, imperatrice d'Austria.

Il primo granduca della dinastia lorenese riceve l'investitura della Toscana con diploma imperiale del 24 gennaio 1737; destinato ad affiancare la moglie sul trono imperiale (prima correggente, riceve la nomina a imperatore nel 1745) e affida il governo della Toscana a una reggenza presieduta da Marc de Beauvau, principe di Craon, compiendo una sola visita in Toscana, nel 1739. Con la dichiarazione del 14 luglio 1763, il Granducato, da pertinenza imperiale, viene qualificato nella dinamica dinastica come secondogenitura di casa Asburgo-Lorena, con la clausola che, nel caso di estinzione della linea cadetta, lo stato sarebbe ritornato tra i possedimenti imperiali. Deceduto il secondogenito Francesco, è nominato erede dello stato toscano il terzogenito Pietro Leopoldo a cui viene riconosciuta la dignità sovrana con rescritto imperiale del 18 agosto 1765.

Nelle mani di Pietro Leopoldo di Lorena (1765-1790) il granducato conosce la fase più innovativa del governo lorenese, in cui una solida politica agraria si accompagna alle riforme del commercio, dell'amministrazione pubblica e della giustizia.

Come Granduca di Toscana, Leopoldo è un chiaro esempio di "sovrano illuminato" e le sue riforme si contraddistinguono per una propensione agli scopi pratici più che a quelli teorici.

Nella sua opera riformatrice si avvale di importanti funzionari come Giulio Rucellai, Pompeo Neri, Francesco Maria Gianni, Angelo Tavanti.

Il Granduca avvia una politica liberista raccogliendo l'appello di Sallustio Antonio Bandini del quale fa pubblicare l'inedito Discorso sulla Maremma, promuovendo la bonifica delle aree paludose nella Maremma e nella Val di Chiana e favorendo lo sviluppo dell'Accademia dei Georgofili. Introduce la libertà nel commercio dei grani abolendo i vincoli annonari che bloccavano le colture cerealicole, ma l'avvenimento capitale è, dopo tanti secoli, la liquidazione delle corporazioni di origine medioevale, ostacolo principale per un'evoluzione economica e sociale dell'attività industriale. Introduce poi la nuova tariffa doganale del 1781, in base alla quale vengono aboliti tutti i divieti assoluti, che sono sostituiti da dazi protettivi, tenuti, del resto, a un livello molto basso in confronto a quelli allora in vigore.

La trasformazione del sistema fiscale è da Pietro Leopoldo intrapresa fin dai suoi primi anni di regno e nel 1769 viene abolito l'appalto generale ed iniziata la riscossione diretta delle imposte. Esitante si rivela invece il sovrano fra la politica di Tavanti, che fino al 1781 attraverso il catasto, intende prendere la proprietà fondiaria come termine di misura per l'imposizione fiscale e, dopo la morte di Tavanti, nel 1781, quella di Francesco Maria Gianni, suo maggiore collaboratore dal quel momento, che concepisce un piano di eliminazione del debito pubblico attraverso la vendita dei diritti fiscali che lo stato ha sulla terra dei sudditi. Si sarebbe poi passati ad un sistema fondato esclusivamente sull'imposizione indiretta; operazione questa che, iniziata nel 1788, non è ancora ultimata nel 1790 quando Leopoldo diviene Imperatore. Riforma certi aspetti della legislazione toscana ma il suo maggior progetto, la redazione di un nuovo codice, che Pompeo Neri avrebbe dovuto realizzare, non giunge a termine per la morte del Neri stesso, mentre i progetti di costituzione non hanno seguito a causa della sua partenza per Vienna. In campo ecclesiastico Pietro Leopoldo si ispira ai principi del giurisdizionalismo, sopprimendo i conventi e abolendo i vincoli di manomorta. Inoltre l'alto clero della Toscana si volge religiosamente verso il Giansenismo, rappresentato dal vescovo di Pistoia Scipione de Ricci, tanto che il granduca gli fa organizzare un sinodo a Pistoia nel 1786 per riformare l'organizzazione ecclesiastica toscana secondo i principi giansenisti. Il programma uscito da questo sinodo, riassunto in 57 punti e frutto dell'intesa con Pietro Leopoldo, interessa gli aspetti patrimoniali e culturali e afferma l'autonomia delle Chiese locali rispetto al Papa e la superiorità del Concilio, ma le forti opposizioni del resto del clero e del popolo lo spingono a rinunciare a questa riforma. Nel periodo 1779-1782 Pietro Leopoldo avvia un progetto costituzionale che continua ulteriormente nel 1790 per fondare i poteri del sovrano secondo un rapporto contrattualistico. Anche questa politica però suscita forti opposizioni, e il granduca, che proprio in quell'anno saliva al trono imperiale è costretto a rinunciarvi. Ma la riforma più importante introdotta da Pietro Leopoldo è l'abolizione degli ultimi retaggi giuridici medievali in materia giudiziaria. All'inizio del suo regno in tema di giustizia vige la più assoluta confusione data dalla sovrapposizione incontrollata delle migliaia di norme accumulatesi nel corso dei secoli. I vari provvedimenti e leggi principesche (decreti, editti, motupropri, ordinanze, dichiarazioni, rescritti) validi in tutto il granducato incontravano eccezioni e particolarismi comunali, statutari e consuetudinari che ne limitavano grandemente l'efficacia. L'esigenza di dare una prima riorganizzazione mediante una loro raccolta sistematica è fatta dal Tavanti che collaziona tutte le leggi toscane dal 1444 al 1778. Una prima fase riguarda le abolizioni di privilegi giuridici comunali e corporativi come l'abolizione della censura ecclesiastica ed i vantaggi riconosciuti agli Ebrei di Livorno, la limitazione degli effetti del maggiorascato, del fidecommesso e della manomorta degli enti ecclesiastici. In materia penale vigevano ancora, fino alla riforma del 1786, i "quattro delitti infami" di origine medievale (lesa maestà, falso, buon costume e delitti atroci e atrocissimi). In un colpo solo Pietro Leopoldo abolisce il reato di lesa maestà, la confisca dei beni, la tortura e, cosa più importante, la pena di morte grazie al varo del nuovo codice penale del 1786 (che prenderà il nome di Riforma criminale toscana o Leopoldina). La Toscana sarà quindi il primo stato nel mondo ad adottare i principi di Cesare Beccaria, il più importante illuminista italiano che nella sua opera Dei delitti e delle pene invocava appunto l'abolizione della pena capitale.

   Un libro che tutti i Toscani dovrebbero leggere: Paolo Bellucci  - I Lorena in Toscana, Gli Uomini e le Opere. Edizioni Medicea.

Nel 1790, alla morte del fratello Giuseppe, privo di eredi, riceve la corona asburgica; il figlio Ferdinando divenne così Granduca in un periodo che già si presentava agitato alla luce degli avvenimenti rivoluzionari francesi.

La più importante innovazione voluta dai Lorena, proprio grazie a Pietro Leopoldo, fu l'abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana, per l'epoca una innovazione di non poco rilievo. Il provvedimento entrò in vigore il 30 novembre 1786 e, prendendo spunto da questo, è stata istituita in tempi recenti la Festa della Toscana, che si tiene ogni anno nel giorno di tale anniversario.

Sotto Pietro Leopoldo di Lorena la nostra Toscana giunge a vette di eccellenza assoluta in campo Europeo, da ogni punto di vista, giuridico, economico, e di qualità della vita. Confrontando quella alla situazione attuale ci viene veramente da ... piangere.

Ferdinando III

In politica interna, il nuovo Granduca non ripudiò le riforme paterne che avevano portato la Toscana all'avanguardia in Europa, precedendo in alcuni campi persino la Rivoluzione Francese allora in corso ma cercò di limitarne alcuni eccessi, soprattutto in campo religioso, che erano stati accolti malvolentieri dal popolo. In politica estera, Ferdinando III cercò di restare neutrale nella tempesta succeduta alla Rivoluzione Francese ma fu costretto ad allinearsi alla coalizione antirivoluzionaria su forti pressioni dell'Inghilterra, che minacciava di occupare Livorno e l'8 ottobre 1793 dichiarò guerra alla Repubblica Francese. La dichiarazione non ebbe però effetti pratici ed anzi, la Toscana fu il primo stato a concludere la pace e a ristabilire le relazioni con Parigi nel febbraio 1795. La cautela del Granduca non servì però a tenere fuori la Toscana dall'incendio napoleonico: nel 1796 le armate francesi occupavano Livorno per sottrarla all'influenza britannica e lo stesso Napoleone Bonaparte entrava in Firenze, ben accolto dal sovrano ed occupava il Granducato, pur non abbattendo il governo locale. Solo nel marzo 1799 Ferdinando III fu costretto all'esilio a Vienna, in seguito al precipitare della situazione politica della penisola. Le truppe francesi rimasero in Toscana fino al luglio 1799, quando furono scacciate da una controffensiva austro-russa a cui diedero aiuto gli insorti sanfedisti del "Viva Maria!". La restaurazione fu breve; già l'anno dopo Napoleone tornava in Italia e ristabiliva il suo dominio sulla Penisola; nel 1801 Ferdinando doveva abdicare al trono di Toscana, ricevendo in compenso prima il Ducato di Salisburgo, nato con la secolarizzazione dell'ex stato arcivescovile e poi (1805), il Ducato di Würzburg, altro stato sorto con la secolarizzazione di un principato vescovile.

 

L'unica interruzione alla sovranità Lorenese fu la parentesi napoleonica che durò fino al 1814, quando il serenissimo trono granducale fu restaurato.

Ferdinando III tornò in Toscana solo nel settembre 1814, dopo la caduta di Napoleone. Al Congresso di Vienna, ottenne alcuni ritocchi del territorio con l'annessione del Principato di Piombino, dello Stato dei Presidii, dei feudi imperiali di Vernio, Monte Santa Maria Tiberina e Montauto e la prospettiva dell'annessione del Ducato di Lucca, seppur in cambio di alcune enclaves toscane in Lunigiana. La Restaurazione in Toscana fu, per merito del Granduca, un esempio di mitezza e buon senso: non vi furono epurazioni del personale che aveva operato nel periodo francese; non si abrogarono le leggi francesi in materia civile ed economica (salvo il divorzio) e dove si effettuarono restaurazioni si ebbe il ritorno delle già avanzate leggi Leopoldine, come in campo penale. Molte istituzioni e riforme napoleoniche sono mantenute o marginalmente modificate: la legislazione con i codici di commercio, il sistema ipotecario, la pubblicità dei giudizi, lo stato civile, conferma e supera molte delle innovazioni introdotte dai francesi, tanto da rendere lo stato uno dei più moderni e all'avanguardia in materia. Da qui un orientamento indipendente dello spirito pubblico che diviene scarsamente sensibile agli appelli delle società segrete e carbonare che stanno sorgendo nel resto d'Italia. Le maggiori cure del restaurato governo lorenese furono per le opere pubbliche; in questi anni si realizzarono numerose strade (come la Volterrana), acquedotti e si diede inizio ai primi seri lavori di bonifica della Valdichiana e della Maremma, che videro l'impegno personale dello stesso sovrano. Ferdinando III pagò questo lodevole impegno personale con la contrazione della malaria, che lo condusse a morte nel 1824.

Leopoldo II di Toscana

Alla morte del padre nel 1824 Leopoldo II assunse il potere e subito dimostrò di voler essere un sovrano indipendente, appoggiato in questo dal ministro Vittorio Fossombroni, che seppe sventare una manovra dell'ambasciatore austriaco conte di Bombelles per influenzare l'inesperto granduca. Questi non solo confermò i ministri che aveva nominato il padre ma diede subito prova della sua sincera voglia di impegnarsi con una riduzione della tassa sulla carne ed un piano di opere pubbliche che prevedeva la continuazione della bonifica della Maremma (tanto da essere soprannominato affettuosamente "Canapone" e ricordato dai Grossetani con un monumento scultoreo collocato in Piazza Dante), l'ampliamento del porto di Livorno, la costruzione di nuove strade, un primo sviluppo delle attività turistiche (allora chiamate "industria del forestiero") e lo sfruttamento delle miniere del granducato. Dal punto di vista politico, il governo di Leopoldo II fu in quegli anni il più mite e tollerante negli stati italiani: la censura, affidata al dotto e mite Padre Mauro Bernardini da Cutigliano, non ebbe molte occasioni di operare e molti esponenti della cultura italiana del tempo, perseguitati o che non trovavano l'ambiente ideale in patria, poterono trovare asilo in Toscana, come accadde a Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Guglielmo Pepe, Niccolò Tommaseo. Alcuni scrittori ed intellettuali toscani come Francesco Domenico Guerrazzi, Gian Pietro Viesseux e Giuseppe Giusti, che in altri stati italiani avrebbero sicuramente passato dei guai, poterono operare in tranquillità. È rimasta celebre la risposta del granduca all'ambasciatore austriaco che si lamentava che "in Toscana la censura non fa il suo dovere", al quale ribatté con stizza "ma il suo dovere è quello di non farlo!". Unico neo in tanta tolleranza e mitezza fu la soppressione della rivista "L'Antologia" di Gian Pietro Viesseux, avvenuta nel 1833 per le pressioni austriache e comunque senza ulteriori esiti civili o penali per il fondatore.

Nell'aprile 1859, nell'imminenza della  cosidetta Seconda Guerra di indipendenza contro l'Austria, Leopoldo II proclamò la neutralità:  Il 27 aprile, verso le quattro, davanti ad una  folla sobillata dai nazionalisti italiani  Leopoldo II partì in carrozza da Palazzo Pitti, uscendo per la porta di Boboli, verso la strada di Bologna. Aveva appena rifiutato di abdicare a favore del figlio Ferdinando. Il  commiato, con gli effetti personali caricati in poche carrozze e le attestazioni di simpatia al personale di corte, fecero sì che i sudditi dimostrassero ancora una volta l'antica stima per Leopoldo: la famiglia granducale fu salutata dai fiorentini, levantisi il cappello al passaggio, con il grido "Addio babbo Leopoldo!" e accompagnata con tutti i riguardi da una scorta fino alle Filigare, ormai ex dogana con lo Stato Pontificio. Alle sei pomeridiane di quello stesso giorno, il Municipio di Firenze constatò l'assenza di alcuna disposizione lasciata dal sovrano e nominò un governo provvisorio a capo del quale il reggente, Barone Bettino Ricasoli si rivelò il vero e proprio traditore del popolo Toscano catalizzando il progetto di annessione forzosa al Regno di Sardegna e quindi al  nascente Regno d'Italia.

 

Castiglion Fibocchi (AR)

Al plebiscito organizzato per l'annessione al Regno di Sardegna della Toscana, Castiglion Fibocchi si espresse con schiacciante maggioranza a favore del mantenimento del regno separato (su 293 aventi diritto, 169 votanti, il regno separato ebbe 106 voti contro 46 che andarono all'annessione e 17 nulle).  Questo risultato si ebbe perché  la città in provincia di Arezzo fu l'unica località in cui furono organizzate votazioni veramente libere !!!  PENSACI - L'Italia è nata con la truffa e l'inganno. Non aver timori o remore a schierarti dalla parte della toscana-indipendente

 

Rifugiatosi presso la corte viennese, l'ex granduca abdicò ufficialmente solo il successivo 21 luglio; da allora visse in Boemia, recandosi a Roma nel 1869, dove morì il 28 gennaio 1870. Nel 1914 la sua salma fu poi trasportata a Vienna per essere sepolta nel mausoleo degli Asburgo, la Cripta dei Cappuccini.

Ferdinando IV salì virtualmente al trono di Toscana dopo l'abdicazione del padre nel 1859, fu un protagonista involontario del Risorgimento in quanto fino al passaggio della Toscana al Regno d'Italia (1860) ne era diventato Granduca anche se non viveva a Firenze e non fu mai incoronato veramente. A seguito del decreto reale del 22 marzo 1860 che univa forzosamente la Toscana al Regno di Sardegna, Ferdinando IV pubblicò a Dresda il 26 marzo successivo la sua protesta ufficiale verso tale annessione e con la successiva protesta del 26 marzo 1861 contestò il titolo di "Re d'Italia" a Vittorio Emanuele II. Nonostante ciò anche dopo la soppressione del Granducato Ferdinando, avendo mantenuta la "fons honorum" e la collazione degli Ordini dinastici, continuò ad elargire titoli e decorazioni.

 

Il "Peccato Originale"

 

Torno a scrivere sui plebisciti poiché quelli rappresentano "il Peccato Originale" cioè quella forma di legalizzazione agli occhi del mondo senza la quale la forzosa annessione di tanti PAESI INDIPENDENTI e sovrani apparirebbe ciò che è veramente stata: una serie di colpi di stato e di occupazioni militari non autorizzate.

I plebisciti di annessione al Regno d’ Italia, organizzati nei territori del Ducato di Parma e Piacenza, del Ducato di Modena e Reggio, nelle legazioni Pontificie della Romagna e nel Granducato di Toscana, l'11 e 12 marzo 1860, furono contrassegnati da molti brogli e manipolazioni. Così come truffaldini (oggi li chiamiamo "bulgari" o "mussoliniani") lo furono quelli organizzati nelle Due Sicilie, nelle Marche, in Umbria nei mesi seguenti ed in Veneto nel 1866. A sostenere con forza questa tesi, nel libro "L'invenzione dell'Italia Unita" (Sansoni Editore, Milano 199 pg. 504), è il professor Roberto Martucci, professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche presso l' Universita' di Macerata. Il professor Martucci, originario di Lecce e residente a Bologna, é anche il direttore del Laboratorio di storia costituzionale "Antoine Barnave" presso l'Ateneo di Macerata. Nel suo libro, l’autore compie una disamina molto obbiettiva di quella che lui chiama "operazione politico-militare che nell'arco di soli venti mesi trasforma una penisola frammentata in più Stati di dimensione Regione o Provinciale, divisa linguisticamente in una decina di aree fortemente disomogenee, nel Regno d'Italia".

Il testo di Martucci, non può certamente essere accusato di avere visioni di "nostalgia reazionaria" per monarchie assolute, Papi-Re, oppure di essere confuso con la retorica e demagogia politica.

Al contrario, prendendo spunto dai Carteggi Cavour, l'autore analizza correttamente i fatti, "dando a Cesare quel che e' di Cesare", facendo emergere particolari storici che la retorica risorgimentale e nazionalista ha seppellito dal 1860 in poi, sotto un mare di censure.

Così emerge, che al momento del passaggio da un regime politico ad un altro, se da una parte il Duca Francesco V d'Este (al contrario di altri suoi predecessori) ed i rappresentanti pontifici nelle legazioni di Bologna e della Romagna non godevano certo di un largo sostegno, per le politiche fortemente repressive degli ultimi anni, dall'altra parte la popolazione era insensibile anche ai proclami definiti da Martucci "panitaliani". Le popolazioni dei ducati emiliani non provavano poi certo simpatia per i metodi polizieschi ed altrettanto autoritari dell’uomo di fiducia di Casa Savoia, il Farini. I reggenti del Ducato di Parma e Piacenza e Leopoldo II nel Granducato di Toscana, godevano invece ancora nel 1860 dell'appoggio e della stima della popolazione. L' 11 e 12 marzo 1860 " nei Ducati padani e nelle Legazioni - sostiene Martucci- fu offerta tra l'altro, una falsa alternativa tra annessione e "regno separato" che fu." solo apparente visto che la censura sulla stampa e lo scioglimento dei circoli di opposizione precostituivano un clima di consenso forzoso, ingentilito da distribuzioni gratuite di vino, ma anche irrobustito da qualche energico esempio (come l'assassinio del parmense Luigi Anviti nda) a spese di esponenti dei cessati regimi". Per non parlare dei rimedi presi dall'avvocato Camillo Casarini, della Societa' Nazionale di Bologna per azzerare "il rischio di prevedibili astensioni contadine"."I risultati attestano l'interventismo manipolatorio di Luigi Carlo Farini molto meglio di mille commenti, ma al tempo spesso, riducono drasticamente l'efficacia del voto in termini di spendibilità politica" scrive Martucci. L’autore continua " la circostanza che su poco più di mezzo milioni di chiamati alle urne, vi siano percentuali assolutamente irrisorie di voti nulli e voti di opposizione ( favorevoli ad un "regno separato" :756 lo 0,1% dei votanti!) finisce con rendere ininfluente politicamente questo voto, anche come mero sondaggio d'opinione".Su Luigi Carlo Farini, dittatore dei territori già Ducali e delle Legazioni ed autore dell'unificazione politica delle popolazione emiliane (cui sono dedicate Vie e piazze oggi in Emilia Romagna e su tutto il territorio dello stato italiano) nel libro sono contenute ricostruzioni storiche e testimonianze dirette dell'epoca. In queste, colui che organizzò i plebisciti, appare molto più simile ad uno dei personaggi della Tangentopoli dei giorni nostri ed un razzista, che ad un eroe. Martucci parla di lui come di un "autoritario" , che "pose seri problemi" a Cavour.Un personaggio, il Farini sul quale cadono pesanti ombre morali. Tanto che nelle Rivelazioni di Filippo Curletti ,che fu capo della polizia di Farini, si parla di episodi come le "manifestazioni popolari" in suo sostegno, non avessero nulla di spontaneo (sempre gli stessi metodi…70 anni dopo ci fu chi si inventò persino le squadriglie di aeroplani che si muovevano da un aeroporto all'altro per essere ripresi dai Cinergionali Luce si chiamava Mussolini nda). Per non parlare dell'episodio della fusione e sparizione del tesoro ducale e delle relative finanze da parte della moglie di Farini, Genevieffa Cassiani. Della cosa fu poi accusato naturalmente il Duca Francesco V d'Este.Nel 1860 Curletti, fu arrestato per reati comuni, ma come racconta il libro "pochi anni più tardi gli venne data l'opportunità di fuggire, indizio evidente che il dossier in suo possesso gli garantivano l'impunità, scagliandole l'eventuale morte per causa accidentale'". Nei capitoli successivi del libro, analizzando la situazione politica nell’ ex Regno delle Due Sicilie ed il ruolo di rappresentante sabaudo di Farini, emergono anche le connotazione razziste del personaggio che considerava I napoletani ed I siciliani alla stregua di bestie.

Il libro parla anche dei plebisciti nelle altre realtà statuali pre-unitarie. Anche nei territori del Granducato di Toscana, "anche se in misura leggermente meno pesante che nei territori governati da Farini " si verificarono brogli , scrive Martucci .A testimoniare la truffa sono gli stessi diplomatici francesi che annotano le peripezie di Bettino Ricasoli: "pressioni irresistibili, fa diventare unitari antichi partigiani del granduca, scioglie circoli, procede di tanto in tanto a degli arresti sostituisce gonfalonieri (sindaci) … raccomandando di inquadrare militarmente gli elettori per far votare i campagnoli sotto il peso delle gerarchie cittadine". Secondo l'ambasciatore francese di allora Mosburg nel dispaccio del 5 marzo 1860 rileva che: "le popolazioni non saranno costrette nel vero senso del termine, ma il solo fatto che l'opposizione non abbia ne' organo ne' facoltà di discutere, inficerà sempre la sincerità di questo voto".. Il 21 ottobre si svolse il plebiscito nelle Due Sicilie (in 238 distretti elettorali su 292 nemmeno un voto contrario…ben 20 a Palermo su 36.000 votanti. Il tutto a conclusione dei massacri e delle pulizie etniche dell'esercito dei Savoia contro i "briganti".Una pulizia etnica , con tanto di campi di concentramento per i prigionieri delle Due Sicilie, mandati a morire di freddo sulle nostre Alpi e ancora moribondi o già cadaveri, buttati nella calce per viva per far perdere ogni traccia, come testimoniano diversi libri editi negli ultimi anni. Insomma gli stessi metodi utilizzati più avanti da gente come Hitler, Mussolini, Stalin, Tito, Pol Pot, Mao, fino ai Milosevic e compari dei giorni nostri. Il 4 novembre 1860, fu la volta dell'Umbria (268 voti contrari su 97.348 votanti…) e delle Marche (dove si registrarono 0 voti nulli!). La prima tornata dei plebisciti , si rilevò un ottimo precedente per quello futuro in Veneto ed un ottimo esempio per il dittatore fascista Benito Mussolini che copiò pari pari i metodi utilizzati dai Savoia nelle Due Sicilie (urne separate per sì e no) per le consultazioni sul regime fascista. Questo libro aiuta a capire ed interpretare meglio la nostra storia, rompendo molti tabù ed andando oltre la barriera delle strumentalizzazioni di parte; ci aiuta a capire quanto ci hanno preso in giro con la storia dell'Unità d'Italia, una unità che è servita soltanto alla classe politica dirigente dell'epoca, ai Savoia, ed ai loro accoliti ... non certo alla povera gente e, SOPRATTUTTO, a noi toscani.